giovedì 29 luglio 2010

Monte Cogne

Oggi si poltrisce guardando la pioggia che cade e assaporando dalla finestra l'aria fresca che entra.
Ieri invece...
Dopo la passeggiata in valle dei Mocheni, Chiara ed io abbiamo pensato di chiedere consiglio a Enrico, il nostro “padrone di casa” a Baselga di Pinè, per una nuova indicazione. Tant'è, oltre all'indicazione ci siamo guadagnati anche una guida.
Partiamo di buon mattino, Chiara ed io in macchina con la cagnolona Vicky ed Enrico a farci da battistrada in moto. Chiara al volante, ad evitare eventuali nausee, padrona di ritmi, freni e tornanti. Scendiamo dall'altopiano di Pinè, entriamo in val di Fiemme, svoltiamo a Valforiana e da lì su su fino ai quasi duemila metri di malga Sass. La mogliettina guida sicura, la cagnolona sorveglia la strada dal sedile posteriore.
Parcheggio e si sale a piedi verso la cima del monte Cogne. Enrico ha scelto con perizia un sentiero molto adatto alla pancia che proprio oggi entra nel nono mese. No strapiombo, salita dolce quanto basta, zone di sosta in abbondanza, fondo ben battuto.
Il sentiero dal quale saliamo ha una bella storia: adattato ai passi di chi lo percorre dalla forza (non solo di volontà) di un contadino che a colpi di piccone lo ha allargato per far passare la propria carriola.
Si aprono panorami splendidi, le vette intorno ci vengono descritte e raccontate, tutte con i nomi propri. Cerchiamo senza successo i camosci. Alcune delle vedute le abbiamo fotografate.
Arrivati in vetta, caratterizzata come tante da una croce di metallo non troppo bella (lasciano perplessi, insegna Reinhold Messner, questi segni), ci sediamo lì a goderci il sole, il panorama, il verde degli alberi, quello diverso dei prati, l'azzurro del cielo, quello diverso dei laghi laggiù.
La discesa è comoda (io riesco a scivolare anche da fermo, ma questo non può contare: sono un fuoriclasse), l'arrivo alla malga caratterizzato dal solito ottimo cibo; sulla strada del rientro ci sarà posto per un gelato perfino.
Gran giornata, grazie alle nostre guide.
E complimenti alla pancia del nono mese, che tonica com'è mi sta facendo pensare: dovremmo forse trasferirci in montagna? Trenta giorni fa era confinata sul divano, e ora zompetta come uno stambecco con uno zaino anteriore. 
Ecco le foto

mercoledì 28 luglio 2010

Corsa in montagna

Dopo post su libri e passeggiate, torno all'oggetto più frequente dell'amato blog. Corsa in montagna non significa qui trail, skyrace o ecomaratone; sta semplicemente a dire che sono in vacanza in montagna e continuo a correre.
La frequenza è quella mia abituale: quattro volte a settimana, figliuolo.
Quello che cambia è tutto il resto.
Ambiente. Uscire alla sera alla scoperta di nuove strade e nuovi sentieri, salire e scendere, svoltare senza sapere bene dove si arriverà. Terra sotto i piedi, a volte asfalto; a fianco laghi ed alberi, sopra quegli stessi alberi che finiscono lassù in alto e poi un cielo che non è affatto quello di città.
Distanze e dislivelli. Mai più di dieci km, spesso meno. Su e giù per i sentieri, ripidi o dolci, larghi o stretti, sali e scendi.
Aria e clima. Brezza e venticello, fresco e una volta perfino freddino. Afa sconosciuta.
Ritmi. Svelto. Li vario, accelero e recupero, scatto in salita e rallento in discesa, accelero in discesa e recupero in salita, cinque km ondulati al massimo delle mie possibilità.
Mi diverto, insomma.

lunedì 26 luglio 2010

Valle dei Mocheni

Sono passati più di due anni da quando ho iniziato a frequentare assiduamente , per lavoro, Trento. E da subito, quando chiedevo ad amici e colleghi consiglio per un'escursione, mi dicevano “valle dei Mocheni”.
Ora capisco l'entusiasmo.
Un racconto per immagini e per parole, quello di oggi.
Prima un giro in macchina già utile a capire quanto siano belli i posti. Saliamo da Pergine Valsugana. Quattro passi nel paesino di Sant'Orsola Terme e lì all'ufficio turistico chiediamo indicazioni buone per un'escursione adatta a quella pancia che sta per entrare nel suo nono mese di vita. E quanto ci è andata bene!
Ripresa la macchina, saliamo a motore al Passo del Redebus (1454,5 slm).
Da lì per strada forestale ci dirigiamo verso Malga Cambroncoi (1754, 9 slm), un'oretta di cammino facile facile.
Alberi

Chiara cammina

E la pancia riposa
e altre foto qui, tra queste:
Noi due
Le vette
Le mucche
Il loro formaggio e la nostra polenta
Il riposo del guerriero (sembra una finta, ma non lo è: dormivo)
Il panorama
Nei prossimi giorni altri giri della valle ci aspettano.

domenica 25 luglio 2010

Le amanti


Lascio ancora una volta in attesa la corsa, che qui in montagna mi sta divertendo molto, per dedicarmi al racconto delle mie letture – uno dei motivi dominanti delle vacanze estate 2010. 
Questo libro non mi è stato facile, rimasto a lungo nell'elenco in lettura perché richiede un'attenzione da ruminante. L'amica Raffaella mi diceva – sono passati anni – che leggere Elfriede Jelinek in lingua originale bisogna. Ho aspettato del tempo perché il mio tedesco, non proprio zoppicante ma insufficiente a simile lettura, mi permettesse di seguire il giusto consiglio. Finita l'attesa, o forse solo interrotta, mi sono arreso alla traduzione.
Dalla prima riga si capisce perché Raffaella mi diceva così: sono parole usate con perfetto calibro, messe in ordine ed in disordine, musicali come esametri.
Le amanti parla di donne, Brigitte e Paula, condannate, anche da se stesse, al matrimonio di interesse, di comodo, d'abitudine. Un paesino delle Alpi austriache, un mondo maschilista, ingiusto e violento. Un mondo, ahinoi, non molto lontano nel tempo e nello spazio, descritto con elegantissimo realismo e con ricchezza di particolari necessari per comprendere certo tipo di realtà. I sogni di giovani donne e le bassezze di giovani uomini, il lavoro, l'alcol, l'amore a parole ma senza sentimenti, i nodi familiari, le invidie e i tradimenti. C'è redenzione? Difficile trovarla in questo romanzo. C'è speranza? Difficile trovarla in questo romanzo. È stata una bella lettura. Faticosa, ma bella.

venerdì 23 luglio 2010

Freddo nell'anima

Mi sono fatto una domanda: si può consigliare un libro di Joe Lansdale, e si può, in particolare, consigliare un libro così duro come “Freddo nell'anima”?
Diciamo di sì, e mettiamo a punto i dettagli.
È uno scrittore bravo, ma bravo davvero, capace di raccontare storie con un linguaggio scorrevole ma ricco, chiaro e fantasioso. Indaga l'animo umano, e per farlo non si ferma davanti a nulla: figure mostruose, crudeli, sanguinolente, perfide, immorali, inaccettabili, volgari, volgarissime. E dietro a queste figure si nasconde un linguaggio che sa essere tutti questi aggettivi e molti altri ancora.
Qualcuno potrebbe offendersi, potrebbe non accettare che la vita si racconti anche così.
Io non mi offendo, ma se voglio farmi capire – e lo voglio – devo raccontare, un poco almeno, questo libro.
Bill vive di nulla cercando di far fruttare in qualche modo maldestro i beni della madre che ormai fu della quale non ha mai denunciato la morte.
Bill non ci riesce e prova con una rapina.
Bill vede le cose andare come non si aspettava andassero, e si ritrova rifugiato in un microcosmo fatto dal circo degli esseri mostruosi: gemelli siamesi, uomo-cane, macrocefali... Lansdale li chiama mostri.
Bill in questo circo scopre un sacco di cose, un paio di sentimenti fondamentali e conosce persone molto meno mostri di quanto potesse pensare. O molto più mostri.
E la vita procede, tra bassezze e tradimenti fino alla fine della storia. Che ha una fine da non raccontare, perché se la sapessi raccontare come lui, adesso magari sarei Lansdale.
Va bene, si può, si può consigliare.
Ma se questo non vi ispira, non lasciate in un angolo un autore così.
Provate “Tramonto e polvere”.
Provate “La morte ci sfida”.

lunedì 19 luglio 2010

Il libro della gloria

La montagna invita alla lettura e come facilmente prevedevo il post in tema – e presto ce ne sarà un altro – arriva puntuale.
È un regalo di Paolo, questo libro.
Scritto da un neozelandese (Lloyd Jones) che ricostruisce il nascere del mito della sua terra: gli All Blacks.
La storia è semplice e poetica. Agosto 1905. Ventisette giocatori di rugby partono da Auckland, Nuova Zelanda. Navigano, raggiungono l'Inghilterra – madre patria, non dimentichiamolo. E lì parte la loro tournée: tante, tantissime partite; altrettante (quasi) vittorie, molte con distacchi enormi. Giorno dopo giorno nasce, intorno a quella squadra, un sentore di leggenda – resa più umana persino da un'inattesa e poco limpida sconfitta. Scozia, Galles, Francia, Stati Uniti e poi, dopo mesi, il rientro a casa. Per molti di loro, fine della nostalgia. Dietro le spalle tanto mare, scoperte, persone, infortuni, sotterfugi, ingiustizie, fratellanza, spirito di squadra, pipe e tabacco.
Scritto in prima persona, da un non identificato All Black, con un linguaggio particolare, immaginifico: sembrano fotografie tradotte in parole. E avanti così, scatto dopo scatto, per duecento pagine senza annoiare mai.
Come si scrive un romanzo così? (Romanzo lo definisce l'autore, ed io non posso che dargli ragione). Ecco, forse la cosa più difficile per me è stata non correre all'ultima pagina per registrare quali siano state le fonti: volevo entrare nel senso del testo senza farmi idee troppo mie. Diari, articoli, racconti.
Da rileggere, da consultare, perché qualcosa mi è di certo sfuggita.
La cosa più bella, a mio gusto, è la descrizione di Parigi.
Scritto nel 2000, dopo una delusione mondiale del rugby neozelandese ai mondiali dell'anno precedente, arrivato in Italia nel 2009, dopo una delusione del rugby neozelandese ai mondiali di due anni prima. Sconfitte inopinate, poco compatibili con la leggenda raccontata qui, quella che i “Tuttineri” hanno danzato a ritmo di Haka perfino in quell'Italia da palle molto più rotonde che ovali.

domenica 18 luglio 2010

O-Due

Una settimana di pausa: dal blog, dalla corsa.
Ieri-sabato Chiara, la sua pancia ed io abbiamo lasciato l'umida, appiccicosa, torrida e calma di vento Verona per raggiungere la secca, ariosa, fresca e ricca di brezza Baselga di Pinè. Non un viaggio in teoria, quasi un viaggio in pratica. Autobrennero intasata: entriamo a Verona nord con maldestra noncuranza, fortuna che ad Affi – 17 km e un'oretta dopo – usciamo e prendiamo la statale. Evviva. Tutto si trasforma.

Partiti con 37°, piano piano il termometro della macchina scende mentre la strada sale. Pinè, siamo sotto i trenta. Il mini-appartamento è funzionale, passeggiamo, mangiamo ottime cose e relax. Letture. La sera, c'è anche la tv, mi guardo su Raisport (a Verona mica si prende) Italia-Polonia di basket. Goduria, goduria. E si dorme nel fresco, e non ci si sveglia su di un cuscino caldo e zuppo.

Oggi-domenica. Passeggiata intorno al lago, toccasana per pancia e Chiara. Pranzetto, letture e relax. E di sera riprendo a correre, facendo un giro dei due laghetti che circondano il paesino: non so quanto tempo ho corso, non so quanta strada ho fatto. Ma mi è piaciuto incamerare avido tutto quell'ossigeno.

Ho da finire cose di lavoro, in questo clima non sarà poi così difficile.

E penso proprio che i prossimi post saranno di libri.

lunedì 12 luglio 2010

Ecomaratona del Ventasso

Troppo stanco per dormire? Bloggo.
Nell'eccessivo calendario delle mie corse 2010 si è aggiunta l'Ecomaratona del Ventasso.
Al proposito di questa gara ho molte cose da dire, quindi le scrivo.

Organizzazione eccezionale (grazie anche per il pernotto gratuito), con il coinvolgimento di un intero paese e – cosa bellissima – di tanti bambini. Volontari, ristori, segnalazione del percorso, pre e dopo corsa, pasti: perfetto davvero. Complimenti.

Ho passato il sabato sera, la domenica mattina ed anche parte della corsa assieme ad amici di Spiritotrail e dintorni, divertendomi e scambiando opinioni e chiacchiere sulla nostra passione.

La corsa in sé. Reduce da un periodo di affaticamento, non avevo alcun obiettivo, se non quello di arrivare entro il tempo massimo: otto ore. Ho finito in sette e dieci, quindi ampiamente entro le previsioni. Sono stato sulle gambe molto tempo, forse troppo, cercando di tenere da parte le risorse che mi dovevano riportare a Verona in macchina (un paio d'ore e mezza) con una gestione tutto sommato oculata delle mie risorse. Ma il percorso, quello proprio non mi ha dato soddisfazione.

C'è stata una variazione introdotta quest'anno fatta apposta per raggiungere la vetta del Monte Ventasso: a mio avviso (sottolineo mio, sarò probabilmente una voce fuori dal coro) una forzatura. Sentiero gradinato per l'occasione, una tirata verticale spaccafiato e spezzagambe che per me corridore normale ha avuto solo la capacità di avvicinarmi ai crampi. Anche la discesa era brutta. In vetta poi molto freddo, quindi non consigliato fermarsi a riprendere le forze, e panorama zero, data la foschia (ma questo naturalmente non era prevedibile).

Poi una sfilza di saliscendi che ti impedisce di prendere il ritmo: se subito prima non ci fosse stata quella salita “scriteriata”, me li sarei goduti molto di più, avrei potuto dare soddisfazione alle gambe.

Ancora. Per aumentare il dislivello (credo che alla fine fossero circa 2.200 metri) ci hanno fatto rifare una decina di km, all'inizio e alla fine. Per aumentare il dislivello e per raggiungere i 42,195. Questa non era una novità; lo era per me che ero all'esordio in questa corsa. E qui mi chiedo: se si organizza un'ecomaratona, perché forzare su salite e sentieri, quando dovrebbe essere una sorta di prova di passaggio tra strada e trail? Se invece si vuole fare un trail, a che serve toccare ad ogni costo il chilometraggio maratona?

Io ho avuto i mie problemi ai polpacci, sono molto contento di come li ho affrontati ricacciandoli là da dove erano venuti e molto scontento di come si ripresentino così di frequente.

Anche tra i compagni di strada non ho trovato quella scanzonata passione tipica del trail. La chiacchiera, i commenti, le battute. A parte qualche sanissima eccezione (miei cari Dante e Gaggio, penso prima di tutto a voi), ho annusato un clima agonistico, che si concretizza nell'esempio di chi (a sette ore e dieci, tre ore e venti dopo il primo!) ha tagliato due curve per superarmi negli ultimi metri. E poi?

Purtroppo, alla fine dei conti, un'esperienza che dubito di ripetere. Per chiuderla con una battuta: tutto perfetto, tranne la gara.
Le foto sono qui.

mercoledì 7 luglio 2010

Correre con gli occhiali?

In maniera più stringata, ho proposto il quesito anche sul forum di Spiritotrail.
Appello a miopi, astigmatici e affini (anche per sentito dire).
Sono abituato a correre con le lenti a contatto, ma da qualche tempo sto usando gli occhiali e mi trovo molto bene. Ho visto molte volte le foto di Ivan Cudin,  uno dei più grandi ultramaratoneti al mondo, e notato che lui corre sempre "quattrocchi", quindi posso evidentemente essere certo che gli occhiali non precludono la prestazione :) .
Da parte mia, spesso quando uso le lenti indosso gli occhiali da sole, ed ho anche quelli con lenti neutre, utili per garantire una certa protezione. Protezione che nei trail - vista la possibile presenza di rami sporgenti ed altri simpatici imprevisti - serve eccome.
E allora, tanto vale correre con gli occhiali da vista con qualche accorgimento?
Qualcuno di voi ha consigli in tema?
Con il sole si usano le lenti scure sopra quelle da vista o direttamente occhiali da sole corretti?
Con la pioggia? Un frontino per evitare che le lenti si bagnino?
Attendo opinioni.

domenica 4 luglio 2010

Lunghetto

Domenica mattina, sveglia puntata di buon'ora alla ricerca di una corsa se non fresca, quantomeno non bollente. Come spesso accade se si tratta di correre, apro gli occhi prima della sveglia. Sei e quaranta. Colazione molto parca e parto.
Obiettivi oggi ne ho. 
Vorrei fare un giro sulle colline veronesi che a mia memoria conta: una mezza maratona circa, 650m di dislivello suppergiù, un terzo asfalto due terzi no più o meno. Il ritmo che mi impongo è da ultratrail: 7' al km.
Parto, corro, salgo e scendo, qualche volta cammino (una discesa troppo sassosa e un paio di salite sterrate assai ripide). Un occhio al cardiofrequenzimetro, cercando di non abusare di più 160. Cintura portaborraccia, barretta, gel (che rimane lì) e fontanelle sul percorso, abbigliamento da Ventasso: è una prova generale per domenica prossima.
E la prova va davvero bene. Tengo il ritmo che volevo tenere senza strafare, una cadenza che vorrei riuscire a metabolizzare nella lunga marcia che mi porterà - perché so che mi porterà, inutile negare o raccontare favole - alla mia prima 100km, che sarà fuori asfalto. Fino alle 9.30 il clima è accettabile, sono stato sapiente nel disegnare all'ombra la via in salita, scegliendo i momenti giusti.
Percorso, un riferimento per chi abita dalla mie parti: Verona centro - Torricelle (asfalto) - Valdonega (asfalto in salita) - Avesa (sassoso in giù, sentiero in su) - Valdonega - Torricelle (un po' asfalto e un po' no) - giro Torricelle (sentiero e parco, andata e ritorno) - Verona centro.
Mezza maratona? In realtà 22,630.
650 D+? In realtà 700.
Ritmo lordo 7'09" (cinque minuti abbondanti di pausa per abluzioni e riempimento-svuotamento-ririempimento borraccia inclusi), ritmo netto 6'55". E quel che mi conforta: 159 bpm di media. Schiena ok, muscoli ok.
Forse più asfalto di quel che ricordavo.
Passata qualche ora, nessun ricordo doloroso sulle gambe: credo di aver avuto una bella idea a mangiarmi un bel piatto di pasta a merenda pre-pranzo, anch'io, come i Rammstein avevo bisogno di Benzin!

sabato 3 luglio 2010

Anima Rock - Che foto!

Eccoci di nuovo a giovedì sera.
Anticipavo nel precedente post come assieme a me ci fossero a Villafranca gli amici triestini Max&Max. MaxMassimo (da non confondere con MaxMassimiliano) è ottimo fotografo, come potrete vedere nel suo sito fotoindue (in due perché al concerto no, ma sul sito c'è anche Erica). E del concerto lui ha fatto un gran bel reportage.
Spettacolo, si scriveva ed un assaggio lo avete qui, quando durante Benzin uno stuntman viene acceso con il lanciafiamme.
E poi spento con gli estintori... ci mancherebbe.
Le foto di Massimo sono davvero belle, e come si addice alle immagini, sanno essere più espressive delle parole. Vi rimando al link.
Ultima nota di carattere personale: dicono che far sentire al pancione la musica sia ottima cosa, ed io ci ho creduto, e allora ho messo l'iPod sul pancione di Chiara, e la canzone cantata era Moskau proprio in questa versione qui, e chi ora vive dentro al pancione non so se per entusiasmo o per paura ha tirato un calcio che ha sollevato la maglietta. Con La vie en rose non l'ha fatto.

venerdì 2 luglio 2010

Anima rock

Anticipata dai tweet, la mia serata di ieri arriva sul blog.
È una giornata di lavoro faticonoiosa.
È un treno in ritardo con aria condizionata non funzionante.
Sono amici che pazienti aspettano il mio rientro.
È un giovedì che comincia alle sette della sera, con la macchina che porta i due Max e me fino a Villafranca di Verona, perché, loro dall'amata Trieste ed io dalla professionale Trento andiamo lì per vedere i Rammstein.
Nonostante tutto, arriviamo per tempo, tempo per rifare doppia coda dell'ingresso grazie alle indicazioni errate di un solerte carabiniere.
Ore 21, puntuali come chi proviene dal paese loro, i germanici Rammstein cominciano con “Rammlied”, qui c'è un video proprio da Villafranca. E da lì non si fermano, tra spettacoli pirotecnici, musica tirata senza una pausa, energia da animali da palcoscenico. Così per un'ora e mezza, quando “Ich will” (che qui si può sentire e vedere in ottima qualità) segna la fine del concerto; dalla scaletta so che mancano ancora i tre bis, compresa la mia amata “Rosenrot” (anche qui si vede e sente bene), ma no, non risalgono sul palco. E finisce lì, troppo breve e interrotto un live di qualità altissima ma di durata inadeguata. Perché? Limiti orari dati dal comune? Mah. Cercheremo risposte sul web.
Era da tempo che non mi godevo un concerto veramente rock, e per rientrare sui prati sotto i palchi ho scelto il meglio. Giudizio soggettivo quanto al genere, ma oggettivo in qualità. Sono musicalmente onnivoro, appassionato di musica brasiliana e rock tedesco, mi vanto sottovoce di avere buon gusto e credo sia quello a fare la differenza tra quanto ascolto e quanto no.
Al di là della durata, è stato grande show.
Prima puntata di un post che cercherò di arricchire con immagini.

Wer wartet mit Besonnenheit                          Chi aspetta con pazienza
Der wird belohnt zur rechten Zeit                     Sarà ricompensato al momento opportuno
Nun das Warten hat ein Ende                          Ora l'attesa è finita
Leiht euer Ohr einer Legende                          Prestate il vostro orecchio ad una leggenda 

Rammstein                                                 Rammstein