venerdì 11 agosto 2017

Pedala, pedala

Sono passati due mesi abbondanti dall'arrivo a Berkeley e l'entusiasmo non si spegne. Sto imparando molto, e non mi riferisco solo alla storia delle Americhe. Quella è il motivo per cui sono qui, e il mio prossimo libro si sta giovando molto della trasferta. Si intitolerà "Bevute dell'Altro Mondo". Una storia dell'ubriachezza nelle Americhe in età moderna. Sto scrivendo con grande profitto e ormai già intravvedo l'ultima pagina, in tempo per cominciare a settembre la seconda fase della visita, quella dedicata più specificamente alla vita universitaria che allo studio solitario. Sto pedalando bene: la ricchezza della biblioteca universitaria contribuisce ad aprire la mente, ragionare su nuove idee e affinare le proprie conoscenze. Ho poi un sacco di persone da incontrare, qualcuno già ho conosciuto. 
Da queste parti è rinato un amore che avevo anni fa, quello per la bicicletta, soppiantato dalla passione per la corsa ma evidentemente mai davvero sopito. Una delle tante cose belle di Berkeley è l'essere una città molto ciclabile. Dopo aver tanto ragionato su come spostarci (i mezzi pubblici esistono, vanno benissimo per andare a Oakland o San Francisco, ma non sono capillarmente distribuiti così come siamo abituati in Italia), aver pensato alla macchina compra-usa-rivendi e al noleggio abbiamo infine optato per la bici. Il problema però sono le tante salite, pure ripide, che ci  troviamo qui: ce la farà Mateja? Certo che ce la farà, specie se riusciamo a comprarci un tandem, o meglio un cammellino al traino. E dopo qualche giorno di ricerca tra gli annunci e i mercatini dell'usato, eccolo qua: 

E con questo aggeggio davvero ci godiamo i dintorni. Abbiamo già fatto parecchie miglia in giro per Berkeley. 
Una delle cose che mi hanno detto di dover fare qui sono le ferie: i giorni vanno consumati nell'anno in corso, e mi pare più che giusto. In questi giorni sono appunto in ferie, prese per stare assieme a Mateja che dopo quattro settimane di centro estivo (due intervallo due) ha mostrato qualche segno di stanchezza. Ora l'inglese per lei sta diventando familiare, sempre più spesso quando le traduco qualcosa mi anticipa dicendo di aver capito. Ancora non parla, ma penso che potrebbe succedere presto. 
Qualche gita californiana s'è fatta (Monterey), un'altra non californiana si farà a Seattle, ma per il resto le giornate di vacanza le spendiamo qui nei dintorni. Ne ho usate un paio per allenarmi e fare dei lunghi di 30 km nei parchi vicino casa. Sabato sono iscritto a una 50 km (Cinderella Trail Run), piuttosto pronto ritenevo di essere, almeno fino a quando, una settimana prima della gara non ho sentito indurirsi malamente la coscia. Niente da fare, ho provato dopo qualche giorno a corricchiare, ma al quarto passo ho capito che i miei muscoli hanno detto di no. Rinuncia obbligata dunque, e speriamo di riuscire a fare una maratona trail o una cinquanta a settembre/ottobre. Vediamo come riesco a recuperare. Per ora riposo e mi rimetto in sesto. Ancora non ho scoperto lo sport senza infortuni. 
C'è lo sport guardato, è la stagione del baseball. Mi piace. Sono stato anche al Coliseum, lo stadio di Oakland a vedere gli Athletics perdere contro i Seattle Mariners. Cavolo, quanto mi piace andare allo stadio. E tra meno di un mese parte il football. Non immagino neanche cosa potrebbe essere di me quando inizierà pure la stagione del basket. Temo i miei weekend. Sono già informato sul calendario televisivo e mi accorgo che potrei sbronzarmi come durante le Olimpiadi, ma dovrò cercare di contenere il vizio, non dico restare sobrio, ma limitare il consumo alcolico. Ehm, il  consumo sportivo. Ho letto talmente tante cose sulla storia degli ubriachi che il linguaggio ne risente. Le abitudini meno, nonostante la scoperta dell'ottima birra Lagunitas. Ma voi lo sapevate che nel 1600 in Inghilterra era diffusa l'abitudine di dare il rum ai neonati per aiutarli ad addormentarsi? Sempre meglio del sonnifero?
Federer ha vinto Wimbledon senza perdere un set. Volevo commentarlo, ma come si fa a trovare le parole?

martedì 4 luglio 2017

Drive-In e ferite lacero-contuse

La vigilia della grande festa del 4 luglio (la celebreremo a Berkeley Marina) è una buona occasione per fare il punto sulla prima esperienza prolungata statunitense della pressoché settenne Mateja Ferlan: il Summer Camp sportivo (che altro) organizzato dalla University of California Berkeley. 
Quando i suoi genitori, che poi saremmo Chiara ed io, sono stati alla riunione di presentazione, sono rimasti stupiti dal sistema di raccolta dei bambini al termine della giornata. Ci è stato detto infatti di non scendere dalla macchina (che noi non abbiamo, se non in casi rari che godono della generosità altrui): gli assistenti del Camp provvederanno a tutto. In effetti è così, allo scoccare delle 3:45 pm, ora deputata, una decina almeno di giovani si lancia di corsa vicino ai finestrini delle macchine in attesa, mentre altri giovani regolano il traffico. In perfetto ordine di coda, il genitore o chi ne fa le veci firma il registro e il bambino viene fatto sedere in macchina, cintura allacciata e si va. Consegna Drive-In, con un'organizzazione al limite della perfezione. Le macchine non devono neppure spegnere il motore, tutto si svolge con rapida pulizia. 
Il programma del Camp prova una volta di più la precisione del sistema. Gli sport e le attività si succedono con tempi adeguatamente scanditi; basket, danza, scacchi, arte, calcio, nuoto, football e atletica leggera. Il tutto naturalmente con previsione di pause adeguate. Il Camper a fine giornata è tanto esausto quanto entusiasta. E Mateja ora sa come si lancia una palla da football, meraviglioso. La invidio.
Oggi 3 luglio, mentre stavo leggendo in biblioteca un libro sulla storia delle taverne nelle colonie atlantiche, il mio telefono adeguatamente silenziato ha ricevuto una chiamata. Sono uscito e ho richiamato. Era il Camp di Mateja, dal quale mi cercavano per informarmi di una ferita della sportiva, caduta mentre giocava a basket. So bene cosa significhi cadere quando si gioca a basket, mi è successo tante volte. Ecco il responso: nello scivolare a terra, la giovinetta si è ferita al gomito, un po' di sangue, ma niente dolore, nessuna botta in testa o al collo. Medicata all'infermeria del Camp, non ha pianto e si è riunita prontamente ai compagni. Probabilmente con particolare entusiasmo, visto che era ora di pranzo. Ho vacillato sulla mia competenza linguistica: non mi pareva una notizia così importante da interrompere una lettura sulla storia delle taverne nelle colonie atlantiche. Allora ho chiesto se la dovevo andare a prendere. No, no pain, nessun dolore mi è stato ripetuto citando forse Battisti. 
Dunque alle 3:45 pm sono arrivato puntuale alla raccolta Drive-In e la ferita era questa:
Ora, si potrebbe ironizzare... ma questo post ha tutt'altra motivazione. Chi ha medicato Mateja le ha spiegato quello che stava facendo usando Google Translate per dirle che le avrebbe messo un cerotto e per chiederle se sentiva dolore alla testa. Quindi dal Drive-In alle ferite, passando per gli sforzi di imparare parole in italiano fatti dalle maestre (così le chiama Matj e così le chiamo io) e anche dai suoi compagni, bene, tutto questo è una bella prova di attenzione come pure di accoglienza.
E allora, thank you, Berkeley.
Aggiungo in coda la prova di buona salute: la ferita non impedisce di combattere gli orsi.



martedì 27 giugno 2017

La scimmia ubriaca

Il primo libro che ho letto qui a Berkeley si intitola "The Drunken Monkey", la Scimmia Ubriaca, appunto, e lo ha scritto Robert Dudley, un biologo che proprio a Berkeley lavora. L'ho scoperto mentre leggevo. Mi sa che gli scriverò per incontrarlo. Sono in California per studiare la storia degli ubriachi, anzi, la studio già da tempo, sono qui per approfondire. La speranza è scrivere varie cose sul tema, di sicuro un libro, magari due. Uno già parzialmente scritto, l'altro organizzato. Può sembrare che studiare le sbronze sia una scempiaggine, ma credetemi, non lo è. Come ogni campo dell'agire e del sapere umano, pure loro sono oggetto di storia e conoscere il passato può sempre servire a capire il presente. 
Torniamo alla Scimmia Ubriaca: la tesi di Dudley è che la dedizione all'alcol possa avere anche origini genetiche. "Anche", non "solo". Per questo c'è bisogno di entrambi: natura e cultura. Ovvio che per sostenere questa tesi servano degli elementi, che sono dati dalle preferenze e dal comportamento di animali (scimmie ma non solo, anche mammiferi più grandi, roditori, uccelli) amanti della frutta tanto fermentata da produrre etanolo. Mi fermo qui, ma c'è dell'altro, qualcosa forse di complicato per la prima lettura di uno storico che si avventura nella biologia, ma neanche troppo. Bravo Dudley. Il libro è interessantissimo e ha dato una svolta importante a un capitolo del mio, quello parzialmente scritto. A chi ha dimestichezza con l'inglese ed è interessato al tema lo consiglio vivamente; si trova facilmente in Ebook.  
Insomma, non di sola corsa vive il ricercatore in California. Ma anche di corsa. Mentre per gli allenamenti continuo a scoprire il bellissimo Tilden Park (ci fanno dentro una 50 km, quindi roba da scoprire non manca), ho partecipato al mio primo Trail nella Bay Area: Canyon Meadow. Nelle intenzioni dovevano essere 50 km, ma ho accorciato alla maratona. Troppo veloce la prima metà e troppo caldo, principi di crampi verso il 35 mi hanno consigliato di chiudere prima e chiudere camminando. Molto bello davvero e già ho adocchiato le prossime. Come molti trailer sanno, la voce ricorrente è che le gare negli States siano belle per l'ambiente. Confermo. Questa che ho corso io non era particolarmente partecipata (per dire, nella maratona abbiamo finito in 26, ma nella Mezza erano molti di più), non c'era tanta gente sul percorso, ma ho visto cose interessanti, come le squadre di supporto e i pacer. Vero poi che ai ristori si trovano volontari molto carini, ma quello lo possiamo dire anche dell'Italia. Il percorso era proprio interessante: un mix tra bosco e salite brulle, alcune pure con la sabbia sul terreno. Insomma, da approfondire. Come la tesi della Scimmia Ubriaca. 


venerdì 16 giugno 2017

Berkeley, California. Bastano due parole

Ci siamo, l'avventura californiana è partita. 
I preparativi sono stati lunghi ma precisi, tanto che al temuto momento dei controlli immigrazione tutto è passato così liscio che ho chiesto al poliziotto se fosse tutto lì o se si dovesse invece passare un altro step. 
Il volo è stato assai confortevole, complice la saggia decisione di prenotare due sedili lato corridoio. Così eravamo soli Mateja e io. Sono certo di essere stato un bravissimo cuscino. 
Berkeley non è una bella città, molto di più.
Berkeley non ha una bella università, molto di più. 
La casetta che abbiamo, nelle sue dimensioni assai ridotte, è un piccolo gioiello. E poi c'è il giardino, che si vive alla grande. E poi ci sono i vicini/proprietari, che sono proprio cool. Mateja ha già i suoi amichetti.
C'è della burocrazia qui, Si compilano gli stessi documenti in uffici diversi, ma lo scrivo senza lamentarmi e solo per informazione. Sono ospite qui, molto ben accolto e se il sistema è quello, una ragione ci sarà. Sempre grato al mio Istituto che mi consente di essere qui. Pensavo. Se ti trattano bene e ti mettono in condizione di lavorare al meglio, il tuo senso di responsabilità non può che crescere. Voglio proprio lavorare al meglio. Restituire.
Ho mosso i primi passi in biblioteca: esperienza quasi metafisica. Qualsiasi libro, qualsiasi articolo si cerchi, ebbene, lui c'è, e in buona percentuale c'è pure in ebook, dunque nel giro di pochi secondi te lo leggi. Sto sperimentando il piacere dell'interdisciplinarietà. Leggo tanto e leggerò tantissimo. Studiare gli ubriachi mi sta portando lontano. 
Il momento trascendente è arrivato quando Chiara (ammetto che c'era del suggerimento) ha concluso le pratiche per un regalo: sono abbonato alla stagione di football dei California Golden Bears. Già li amo. 
In tv ho seguito le finali del basket e dell'hockey. Le prime le hanno vinte i Golden State Warriors, che stanno di casa qui. Bandiere ovunque, gli autobus hanno la scritta "Go Warriors" e sui grattacieli di San Francisco sventolano le bandiere. 
L'hockey è stupendo,  quando torno in Italia dovrò approfondire. E molto. Comunque avrò anche i mesi autunnali californiani per studiarlo un po'. 
Ora è rimasto solo il baseball, conto di andare presto a Oakland per un live party. 
Mi dicevano che qui è il paradiso del trail running. Hai voglia! Pieno di parchi, io ne ho uno a soli 3 km da casa e penso che per esplorarlo tutto non basteranno i sette mesi che ho a disposizione. Ed è appena il primo. Il secondo lo esploro sabato, mi sono iscritto alla mia prima gara qui, una 50. Sarà bellissimo. E poi cercherò di comprarmi una bici per allargare il campo geografico del mio andare. Va aggiunto poi che il clima è il massimo per la corsa: mai troppo caldo, mai troppo freddo. E' la California che ti obbliga: esci e corri. 
Anche correre in città non è affatto male. A parte il  bello di salire e scendere continuamente, ti si aprono dei panorami mozzafiato. Ho pensato che se fossi un giocatore NBA e avessi qualche spicciolo da parte, potrei anche spendere un milione di dollari per comprarmi una casetta in Buena Vista Way. Ma faccio lo storico e va benissimo così. 
Mentre mi impegnavo in un selfie con i fiori una gentile viandante si è offerta di scattare. Meglio la seconda.
A presto.


venerdì 28 aprile 2017

Qualcuno mi ha detto

"Qualcuno mi ha detto che gli hai detto che senza di me davvero non puoi stare"... è uno dei versi che mi ronza in testa dopo che ieri sera sono stato al concerto di Vasco Brondi, alias Le Luci della Centrale Elettrica. Grazie a Spotify (benedetto sia l'abbonamento Premium) mi ero pesantemente invaghito del suo ultimo album, "Terra", e il concerto non ha fatto che confermare il sentimento.
Io mi dicevo che oltre certi chilometraggi, correndo e camminando (trailando, si potrebbe dire se esistesse) non ci sarei andato. Sbagliavo. Come appuntavo nelle ultime righe dell'ultimo post, a Gabicce Mare poi ci sono stato, e ho effettivamente corso, anche più di quel che immaginassi, pure nelle ambizioni più ottimistiche. Abbiamo corso e camminato, chiacchierato e scherzato per sessantatré km. Scriverlo in lettere lo rende più lungo e dato che lungo è stato, va bene così. Poi all'arrivo un ammollo marino in un fine settimana di soleggiata primavera. Gran bel weekend.
Qualcuno correndo mi ha detto che in compagnia i km passano ben diversamente che in solitaria. Giusto. Ho fatto più fatica le volte che sono rientrato dal lavoro correndo in ciclabile da solo (28) che a fare i sessantatré di Carpegna-Gabicce. Abbiamo salito il monte Carpegna, poi fatto tratti appenninici su e giù, poi una quindicina di km di pianura per arrivare al mare. Con varie soste. Ho mangiato e bevuto il giusto, mi sono vestito il giusto (provocando l'ironia dei compagni di viaggio a fronte del mio timore di avere freddo), ho gestito bene le mie forze.
Mi sono detto allora che potrei pure provare a fare qualcosa di lungo in California, e già mi sono divertito ad adocchiare.   
Sempre che mi dicano che negli USA ci posso andare, visto che tra qualche giorno vado al consolato all'intervista per il visto. Ho tutte le carte in regola, ci mancherebbe, ma fino a che non vedo stampato il necessario sul passaporto, un vago timore di aver dimenticato qualcosa non lo riesco a scacciare.
Tutto mi dice che manca poco: una decina di giorni per Chiara, poco più di un mese per me e Mateja. Sono davvero excited, si direbbe di là dell'Oceano. Magari pure di qua. Sto chiudendo i lavori di qui per avere lo spazio adeguato per i lavori di là. Già m'immagino perso in una delle più grandi biblioteche del mondo. Se mi perdo davvero, cercatemi pure, ma senza fretta.
Federer ha detto che fino al Roland Garros non gioca, ma a noi interessa la stagione sull'erba, vero? I playoff di Eurolega sono belli, e me li godo. Uno sport da guardare ci sarà sempre, è inevitabile.
Vi avevo detto che sarebbe potuta scoccare l'ora di cambiare la foto del profilo. Potrebbe essere questa... sei anni dopo?
Dimenticavo... "Qualcuno mi ha detto che gli hai detto che in qualche modo hai aperto il chakra del tuo cuore". Alla prossima.   

lunedì 3 aprile 2017

Le poche bolle blu

Sono rientrato da poco da Roma, dove sono stato non per correre la maratona, ma per raccogliere materiale d'archivio, che è il nutrimento principe del mio mestiere da storico. So che può sembrare strano, ma andare in archivio può essere davvero divertente. Credetemi sulla parola. Roma è una città con molti problemi, uno dei principali è la mancanza di acqua seriamente gassata. Per chi abbia familiarità con le sorgenti slovene dico Radenska e mi fermo qui. Quell'acqua con bolle grandi come satelliti di Saturno, che quando la bevi ti pizzicano anche le ciglia. Ebbene, a Roma non la trovo mai. E ci ho provato con costanza. Mi devo sempre accontentare della effervescente naturale o leggermente frizzante. Non ci siamo. Certo, la Città Eterna si salva con la qualità delle sue pizze, tra il sempreverde Bonci e la nuova scoperta di Lievito Padre a Borgo Pio (grazie Maurizio per la dritta).
Continuano intanto gli adempimenti burocratici per il soggiorno USA, all'inizio del quale mancano solo due mesi. Il visto è in marcia, dovrebbe arrivare a giorni da Berkeley, poi si va a colloquio con il Consolato a Milano. E parallelamente, ci sono le assicurazioni mediche. Cose da fare che fanno correre veloce il tempo. Ci sono grandi aspettative, come più volte detto e scritto.
Leggendo Open di Agassi, mi hanno incuriosito molte cose. Più di ogni altra, il modo in cui il libro è stato scritto: Agassi legge un libro "Il bar delle grandi speranze", di J.R. Moehringer. Gli piace un sacco e chiede all'autore di aiutarlo a scrivere. L'autore accetta e i due si mettono di buona lena. Il risultato è ottimo. Non a tutti è dato chiamare il proprio autore preferito per averne un aiuto, ma visto che ad Agassi è dato, benissimo ha fatto a procedere. Allora ho preso "Il bar delle grandi speranze": meraviglioso. Un buon esempio di procedimento conoscitivo contromano: sono partito dal tennista per arrivare allo scrittore. Bravi entrambi. Di questi tempi sto leggendo davvero tanto, anche perché l'Eurolega di basket vive settimane del tutto inutili e le partite alla tv non le guardo da un po'.
Chissà che non cambi presto la foto del mio profilo Blogspot. Quella che ancora campeggia è stata scattata nel 2011, alla fine di un Trail Autogestito corso a Gabicce; siamo sulla spiaggia d'arrivo. Se tutto va bene, il prossimo fine settimana torno a correre a Gabicce dopo sei anni, e magari ci sarà una foto nuova. Di certo non mi porto Mateja in braccio per gli ultimi metri. Più facile accada il contrario.
E intanto Federer continua a vincere, rendendomi sportivamente felice.
 
 


domenica 19 marzo 2017

Indian Wells

La California è guardare l'orizzonte presente pensando al futuro prossimo. Ci si mette anche il tennis, sport che mi piace e che non sono capace di praticare. Sport guardato. Come tanti, ho un'ammirazione per Roger Federer, un'ammirazione che trascende il gioco. Deve essere qualcosa di simbolico. Durante una delle tante finali perse a Parigi con Nadal, mi ricordo di aver deciso di andare a correre per smaltire il nervoso prima ancora della fine. E perché mai? Chiara mi disse che non aveva tanto senso prendersela così a cuore per un campione che aveva già vinto qualcosina (tipo tutto) ed era sponsorizzato dalla Rolex. Ricordo anche questo. Aveva ragione Chiara, come spesso. Non mi so dare una spiegazione, o meglio: ci sarebbe la cosa del simbolo di qualcosa, ma non approfondiamo. Niente affatto tipico di me, anche perché - pur essendo tifoso - non mi avveleno mai le giornate per le sconfitte delle squadre del cuore. Solo Federer.
Quest'anno Federer è rinato, ho sportivamente sofferto durante la ormai storica finale dell'Australian Open, convinto che dovesse perdere anche mentre pronunciava il discorso del vincitore. Oggi è in finale a Indian Wells, California. 
Ho inviato a Berkeley un po' di cose e ora sto aspettando che mi arrivi il modulo per il visto. E poi l'assicurazione medica. Scartoffie, le chiamava Tex Willer. Un termine che mi costò un voto  in storia nella pagella di quinta ginnasio, quando a proposito di qualche vicenda legata all'amministrazione imperiale romana risposi che il capo di turno non la voleva risolvere "per via di scartoffie". Il prof. si scandalizzò e mi fece una ramanzina. Capii le sue ragioni, ma non le condividevo. Probabile sia nata allora la mia convinzione che la storia debba cambiare i suoi linguaggi. Sto cercando di dare il mio contributo, ma non è facile, come mi fanno capire colleghi ed editori.
In effetti il concetto di frontiera mi è ostico, una delle costruzioni umane più fittizie che io riesca a immaginare. Mi vengono in mente gli appezzamenti di terreno che si vedono quando l'aereo perde quota per atterrare, sono così geometrici da apparire irrimediabilmente finti. Come i confini degli stati africani. D'altra parte, le regole sono queste e bisogna giocare rispettando il regolamento. Dunque faccio diligentemente tutto quello che serve per ottenere il visto indispensabile per lavorare sette mesi in California.
Sto leggendo "Open", di Andre Agassi. Qualche anno fuori tempo massimo. Tutti me ne hanno parlato bene, ma con la presunzione tipica del lettore vorace non mi fidavo. E sbagliavo. Già, sono un lettore vorace. Una volta uno dei venditori legati a cose tipo il Club degli Editori mi chiese quanti libri leggevo all'anno. Gli risposi con una cifra certa, dato che all'epoca tenevo i conti con precisione su una vecchia agenda. Strabuzzò gli occhi e cercò di convincermi a firmare un contratto. Era una truffa, con una clausola scritta in piccolo che ti obbligava ad acquisti periodici. All'epoca mi stavo per laureare in legge e avevo imparato bene a leggere i contratti. Non firmai. Il tizio se ne andò da casa dei miei sbattendo fortissimo la porta. Era davvero antipatico, probabilmente represso da un lavoro del cacchio e tendenzialmente violento. "Open" è un ottimo libro e come tutti gli ottimi libri ti lascia qualcosa. Anche se ancora non sono arrivato al punto in cui inizia la carriera di Federer. Quest'anno ne faccio quarantacinque. Non voglio più che nessuno mi consideri "un giovane storico", io per primo. Perché Agassi mi abbia comunicato questa cosa qui credo di averlo capito bene, ma dubito di volerlo spiegare per iscritto. Non ora, almeno. Non qui. E poi mi chiedo perché mai dovrebbe interessare qualcuno. Cosa che, del resto, non ci si dovrebbe domandare con troppa serietà nel momento in cui si decide di tenere un blog.
Da qualche mese ho ricominciato a tenere il conto dei libri che leggo. Romanzi e storie di sport, per quelli di lavoro non ha senso compilare l'elenco. Quella è una lettura completamente diversa, disordinata, non va dall'inizio alla fine, procede per salti e ripetizioni. Affascinante, ma non elencabile.
Stasera spero proprio di fare una bella corsa. Prima di Federer-Wawrinka.
Aggiornamento. Prima io ho corso, poi Federer ha vinto. In palese disordine d'importanza. 


martedì 28 febbraio 2017

Sognando California

Eh, già... ci volevano la poetica scritta da Mogol e cantata dai Dik Dik, copiando peraltro i Mamas and Papas, a loro volta ripresi dai Beach Boys... ma qui stiamo perdendo il filo.
Insomma, ci voleva qualcosa di speciale per riaprire il blog. 
Eccola qui. Il secondo semestre del 2017 sarà, per tutta la famiglia, californiano. Anche un pezzo del primo, a dire il vero. Da qualche anno Chiara e io stiamo cercando di organizzare un visiting congiunto presso l'Università della California Berkeley, ebbene: ci siamo riusciti. Il merito grande va alla brillantezza della cara moglie, questa volta è lei a fare da traino. Ma va anche alla lodevole apertura della Fondazione e dell'Istituto per i quali io lavoro, loro che sostengono i progetti di ricerca rivolti all'estero. Che ci vado a fare, in California? Sarebbe facile dire: guardare basket e football, correre sulla spiaggia e magari in montagna. Non sono cose che facciano schifo e certo ci sarà spazio per loro nel tempo libero, ma dubito che qualcuno mi avrebbe consentito di passare l'Oceano - e di fermarmi là per un bel tempo - solo per queste, pur lodevoli e degnissime, occupazioni. C'è dell'altro. Vado a studiare/lavorare (confine labile tra i due termini) presso un magnifico istituto che si chiama Berkeley Center for the Study of Religion. Dunque studio le religioni, faccio il mio mestiere, ma in un mondo nuovo, con interlocutori nuovi e prospettive, anche quelle, nuove. 
Chiara farà il suo lavoro in altro centro della stessa università, Mateja la sua scuola californiana. 
Grandi aspettative, Great Expectations scriveva Dickens, preso come spunto per un vecchio film su di un campione in erba dell'hockey su ghiaccio che si infortuna e si converte in stella del pattinaggio artistico, sempre su ghiaccio, elemento che nella Bay Area non sta di casa. Come è bello scrivere liberamente, aprendo parentesi. Quando mi capita di fare lezione avviso sempre gli studenti: occhio che apro sempre parentesi, ma abitualmente le chiudo anche. Grandi speranze (così tradotto Dickens), dunque. Per il momento siamo alla presa con i molti obblighi legati al visto, ma la burocrazia non spegnerà il nostro entusiasmo e la nostra determinazione. In verità, non ci sarebbe per ora neppure il motivo, vista la gentilezza e l'efficienza di chi a Berkeley sta lavorando per aiutarmi a ottenere il visto. Vediamo come procede. 
Intanto, dare un'occhiata al Campus risulta piuttosto motivante:


I progetti non sono pochi, il lavoro che mi aspetta entusiasmante, le possibilità di conoscere e approfittare di opportunità che neppure riesco a immaginare tutte sono lì a farci l'occhiolino. Per questo ho pensato di scriverne.