Da un paio di settimane ho convertito la mia corsa serale (una a settimana, talvolta due) in una seduta di ginnastica casalinga, fatta di cyclette ed esercizi per addominali, cosce e polpacci. Così l'agenda conta sempre quattro appuntamenti ma si riempie con tre uscite e una ginnastica, o con un due più due. Ho deciso così perché il freddo di questi ultimi tempi mi metteva in difficoltà, specie quando tornavo da Trento dopo le 20. Ieri però la voglia di correre era troppa, tanto che mi pareva non facesse poi tutto questo freddo. Sono uscito alle 19.30 per una decina di km sul Lungadige veronese, corsi bene con numerose variazioni di ritmo. Quello che i runners chiamano fartlek. Mi sono divertito, aiutato pure dalla musica nelle orecchie, che quando si va sul marciapiede in mezzo al traffico può essere un diversivo interessante, anche per darti il ritmo quando si procede variandolo.
mercoledì 10 febbraio 2010
domenica 7 febbraio 2010
Visite e spiagge
Siamo rientrati, Chiara ed io, per un fine settimana nelle terre di origine. Tra visite parenti e incontri con amici, il tempo è trascorso piacevole e veloce. Ci siamo presi anche un momento per noi e abbiamo scelto il lungomare di Grado, in una mattinata fresca e ventosa. Io ho corso un'oretta, a provare anche come sia calpestare a passo lesto la battigia una settimana prima della maratona sulla sabbia, tanto per confermare quel che immaginavo: non sarà facile, specie per i miei amati polpacci. Andare controvento poi, non è affatto uno scherzo! Fieno in cascina ne ho messo, lunghi ne ho fatti, posso dire di avere un minimo di esperienza sui 42km. L'importante però è far capire a me stesso che questo è il lunghissimo per Parigi. L'obiettivo è quello.
mercoledì 3 febbraio 2010
Tra Storia e Trail - Attraverso memoria e attualità
Il mio lavoro è fare il ricercatore, ambito: la storia. In breve, nel mio caso, direi che si tratta di cogliere degli avvenimenti partendo da documenti scritti, passarli al microscopio, cercare di scoprire le connessioni che li hanno determinati, quelle che li mettono in relazione con altre dinamiche, passate o future. Fatto questo, provo a filtrarli con la mia mentalità da uomo del XXI secolo, cercando di capire come tutta questa rete di connessioni ha contribuito a fare del mondo quello che oggi è e quello che un tempo è stato.
È questa, anche in generale, la mia forma di pensiero, non so se sia una conseguenza del mio essere uno storico o se ne sia, piuttosto, una premessa: ragiono così perché faccio questo mestiere oppure, al rovescio, faccio questo mestiere perché ragiono così? Probabilmente la risposta è affermativa a entrambi i quesiti.
Premessa indispensabile a spiegare il post di oggi.
Da molto tempo mi chiedo perché mai continui a vivere in Italia, rispondendo tra il serio e il faceto che l'unico motivo è il lavoro di Chiara. Così do la colpa a lei e me ne lavo le mani.
Ma il mio modo di ragionare mi ha fatto scoprire un altro motivo.
In Italia una formazione quantomeno approfondita ti procura, se ti va bene, un lavoro precario a termine pagato non molto; il governo è chiaramente nelle mani della malavita organizzata; la maleducazione è imperante; i trasporti pubblici allo sfascio; il mercato immobiliare al delirio; lo stato sociale in disfacimento. Potrei continuare a lungo, mi limito a sottolineare che dirsi “In Italia si vive bene” è spesso una menzogna. Per me è così.
È il tempo di quel barlume di ottimismo. Il motivo di cui sopra è il piacere dell'ospitalità gratuita. Un piacere che è molto mio, del quale sono spesso beneficiario. Gli esempi sono numerosi, scrivo di quello di domenica, a Venezia, per il trail.
Quante persone hanno lavorato, senza interessi tangibili, per regalare una bella giornata a noialtri? Quanto tempo ci hanno dedicato? Quante preoccupazioni ci hanno tolto? E hanno pensato a dei regali, a delle sorprese, a renderci quelle emozioni infantili, di quando i doni erano inattesi e sconosciuti. Mi è tornato alla mente il giorno in cui, avevo dieci anni, mio padre mi regalò il Subbuteo, senza che ci fosse nessuna ricorrenza. Nel mio immaginario di bimbo, il prezzo di quel gioco sembrava insormontabile, non osavo chiedere. Per papà invece quello che serviva era solo un pensiero, che non mancò. Ecco, gli amici veneziani questo tipo di pensiero hanno avuto.
Fare le cose non per sentirsi dire bravo, ma per vedere gli altri contenti. Non che lo creda una prerogativa esclusivamente italiana, ma mi pare che la serenità di questo pensiero (senza tensioni, esagerazioni, pretese che tutto sia perfetto tanto da sembrare posticcio) sia tipica del nostro modo di essere. Almeno, lasciatemelo dire, dei migliori di noi.
È questa, anche in generale, la mia forma di pensiero, non so se sia una conseguenza del mio essere uno storico o se ne sia, piuttosto, una premessa: ragiono così perché faccio questo mestiere oppure, al rovescio, faccio questo mestiere perché ragiono così? Probabilmente la risposta è affermativa a entrambi i quesiti.
Premessa indispensabile a spiegare il post di oggi.
Da molto tempo mi chiedo perché mai continui a vivere in Italia, rispondendo tra il serio e il faceto che l'unico motivo è il lavoro di Chiara. Così do la colpa a lei e me ne lavo le mani.
Ma il mio modo di ragionare mi ha fatto scoprire un altro motivo.
In Italia una formazione quantomeno approfondita ti procura, se ti va bene, un lavoro precario a termine pagato non molto; il governo è chiaramente nelle mani della malavita organizzata; la maleducazione è imperante; i trasporti pubblici allo sfascio; il mercato immobiliare al delirio; lo stato sociale in disfacimento. Potrei continuare a lungo, mi limito a sottolineare che dirsi “In Italia si vive bene” è spesso una menzogna. Per me è così.
È il tempo di quel barlume di ottimismo. Il motivo di cui sopra è il piacere dell'ospitalità gratuita. Un piacere che è molto mio, del quale sono spesso beneficiario. Gli esempi sono numerosi, scrivo di quello di domenica, a Venezia, per il trail.
Quante persone hanno lavorato, senza interessi tangibili, per regalare una bella giornata a noialtri? Quanto tempo ci hanno dedicato? Quante preoccupazioni ci hanno tolto? E hanno pensato a dei regali, a delle sorprese, a renderci quelle emozioni infantili, di quando i doni erano inattesi e sconosciuti. Mi è tornato alla mente il giorno in cui, avevo dieci anni, mio padre mi regalò il Subbuteo, senza che ci fosse nessuna ricorrenza. Nel mio immaginario di bimbo, il prezzo di quel gioco sembrava insormontabile, non osavo chiedere. Per papà invece quello che serviva era solo un pensiero, che non mancò. Ecco, gli amici veneziani questo tipo di pensiero hanno avuto.
Fare le cose non per sentirsi dire bravo, ma per vedere gli altri contenti. Non che lo creda una prerogativa esclusivamente italiana, ma mi pare che la serenità di questo pensiero (senza tensioni, esagerazioni, pretese che tutto sia perfetto tanto da sembrare posticcio) sia tipica del nostro modo di essere. Almeno, lasciatemelo dire, dei migliori di noi.
lunedì 1 febbraio 2010
Venice Tourist Guided Tour = V.T.G.T:
La domenica inizia, non bene, il sabato, con la notizia che Livia e Alessio non saranno dei nostri l'indomani, messi k.o. dall'influenza in famiglia.
Abbiamo in programma un Trail autogestito, leggi visita guidata a Venezia, organizzata da Veneziani che ci guideranno a passo di corsa in angoli noti ed ignoti della loro città. Tutto nasce dal Forum di Spirito Trail: TA V.T.G.T.
La domenica inizia, non bene, all'alba. Quando arriviamo nella piccola stazione di Verona Porta Vescovo, dieci minuti prima del nostro treno previsto in partenza alle 6.40. Ma non c'è nulla, a quell'ora, né possiamo chiedere qualcosa a qualcuno, visto che il luogo è deserto: solo io e Chiara, aspiranti trailer urbani all'orizzonte. Passa il tempo, qualche messaggio di sconforto con i compagni di strada vicentini e l'unico nostro interlocutore, lo schermo degli orari, recita beffardo e demente “seiequaranta”, ma sono passate da un pezzo. Dopo tre quarti d'ora, emerge dalle brume mattutine un treno, è il nostro (ferma in tutte le stazioni, compresa Venezia Porto Marghera: è la prima volta che mi succede). Gli amici vicentini balzano, bontà loro, su di un altro treno mentre Chiara ed io siamo lì a contare le soste. Ironia della sorte, sto scrivendo questo post su di un treno in pesante ritardo; ma questa volta è meno grave: sto andando al lavoro... :)
Arriviamo a Venezia con quei 45 minuti di ritardo là; con noi arriva anche Fede, cha ha viaggiato da Firenze. Ci aspetta uno dei sapienti (ma alla fine si dimostreranno più epici che sapienti) organizzatori: Cristiano, detto Kapobecero, impossibilitato a correre da una schiena malvagia.
Il gruppo dei trailer urbani è partito, noi siamo stati accompagnati nella palestra spogliatoio ed informati sul modo migliore per intercettare il plotone. Fatto. Abbiamo perso quaranta minuti di giro, più o meno, ma ci accodiamo presti.
E da lì comincia a scriversi il mito di una giornata difficile da descrivere a parole.
Siamo in più di venti, bardati da corsa, e andiamo. Ci sono molti compagni che conosco di persona, altri che conosco virtualmente da blog e forum, altri ancora che conosco oggi. Chiara trova la guida perfetta in Antonella: rimangono con noi per lunghi tratti e qualche volta tagliano un po'. Miticojane è in maschera, scatta e filma instancabile.
Scopro molte cose mai viste. Angoli di città introvabili, per chi non sa dove mettere i piedi. Si corre a ritmo chiacchierata, scambiandosi idee, sensazioni, programmi, esperienze, emozioni. Si chiacchiera, con Alchi compagno di Monte Casto e con Robi54, con Sacco75 e con Rundiamo62, con Rasentin e Geogeo, con l'altro insigne organizzatore Giorgio e con molti altri. Questo conoscersi attraverso soprannomi, talvolta buffi, mi fa ritornar bambino. Ci fermiamo a piazza San Marco, dove è prevista per noi una sosta con guida professionista. Il Venezia Trail è organizzato da dio, con un gruppo che camminando segue Alessia, la guida; con la possibilità di correre una quindicina di km; con il manipolo di trailer che sgambettano per 25 km circa: tutti alla scoperta della città. Alla sosta San Marco ci si incontra assieme. Qui rivedo Mercurio, tenuto fermo da un malanno post Trail del Poggiolo, unito al gruppo dei marciatori. Anche Leocaster è al passo, ma non manca.
E andiamo, scortati dai corridori indigeni, sempre prodighi di spiegazioni ed annotazioni. Il ritmo del Trail autogestito è gran cosa: si va tranquilli, aspettandosi qua e là. Ad ogni bivio insidioso (immaginate quanti ce ne siano a Venezia) c'è sempre chi indica la via. Dai ponti vediamo le montagne, passiamo attraverso campi e calli (anche il più stretto della città), davanti a chiese e palazzi. Svolta a sinistra, una calle invisibile: ci troviamo in uno spiazzo nascosto, a fianco di un cantiere per barche, dove arde un falò ed una tavola imbandita ci aspetta per un ristoro a sorpresa. Non è la prima: alla partenza abbiamo ricevuto addirittura un “pacco trail”, con cibi e bevande! Ticci ci spiega scientificamente perché ai ristori la cosa migliore sia la birra: la sua argomentazione è talmente convincente che la assecondo tre volte.
Ripartiamo, questa volta con un'andatura un po' più allegra, tocchiamo il gran premio della montagna della giornata salendo sul ponte di Rialto, e il giro finisce in vera gloria. Doccia e poi pranzo comunitario in trattoria; qui non è più ristoro, il vinello prende il posto della birretta e va giù che è un piacere. Ancora sorprese: per le signore un ciondolo di vetro in regalo, con incisa sigla e data del primo trail autogestito di Venezia, per tutti una cartolina ricordo.
Ma questo trail meriterà altre riflessioni. Per il momento, basta parole, solo applausi.
sabato 30 gennaio 2010
Finestre di Clio
Mi sono ripromesso di dedicare un post alla settimana ad avvenimenti non di corsa. Avevo, e ancora ho, molta scelta; ma l'attualità delle cose prende il sopravvento.
Dedicato a te, miserabile, che hai spaccato il vetro della nostra macchina, rovistato nel cruscotto, rubato degli spiccioli e un navigatore usato.
"Ti auguro di essere un tifoso dell'Hellas Verona, andato a Piacenza in curva nel 2002 per vedere la tua squadra perdere 3-0 e retrocedere in serie B.
Ti auguro di essere un appassionato di youporn, di aver trovato la tua donna in un caldo triangolo con il tuo capo e il tuo migliore amico.
Ti auguro di rivendere il nostro navigatore ad un poliziotto infiltrato tra i ricettatori.
Ti auguro, se te lo tieni, di impostare un viaggio sbagliato, che ti porti a finire la benzina nella nebbia in val padana, però di notte.
Ti auguro di essere costretto a fare il pendolare in treno sulla linea più affollata d'Italia, travolto dai ritardi e sempre chiuso in un vagone gelido d'inverno, torrido d'estate.
Ti auguro che il volo per le vacanze estive sia cancellato, e che dopo 24 ore di ritardo tu possa arrivare in un villaggio fantasma, truffato da un'agenzia fantoccio.
Ti auguro che le monetine che hai trovato nella macchina (se ne hai trovate) ti cadano in un tombino puzzolente.
Ti auguro di calarti nel tombino e di trovarvi solo un ratto".
Adieu, io e Chiara domani andiamo a Venezia a divertirci: là si va in treno, mica serve la macchina.
giovedì 28 gennaio 2010
Épreuve de Paris
Chiamiamola dunque così, prova di Parigi.
Sono partito ieri per un lungo piano, caricando sulle spalle tutto quanto c’è di obbligatorio per i partecipanti al Trail de Paris 50km, ovvero: almeno 2l da bere, riserva alimentare (2 barrette e 2 gel), giacca a vento, fascia elastica, telo di sopravvivenza, fischietto, bicchiere, documento d’identità e telefono (vivamente consigliato).
Pronti, via. Il termometro alla partenza, nonostante il sole, segna 0°; forse leggermente impreciso, ma che caldo non faccia è una certezza. Corro in parco, vestito il giusto, talvolta disturbato dai soliti cani che i padroni non tengono al guinzaglio e che si avvicinano bavosi ed abbaianti, spingendomi a mettermi al passo. Ci sarebbero, in merito, chiare regole: ma si sa, l’Italia non è certo il paese del rispetto per le norme.
Ogni 5 km cammino per uno o due minuti, in modo da non bere e mangiare correndo, oltre che da regolare ritmo e fiato. I gel all’arancia che ho preso non so dove sono praticamente immangiabili. Le barrette stufano, servirà sicuramente qualcosa di salato, come ad esempio del parmigiano.
Pensavo di correre 20/25 km, ma siccome mi sento bene e il tempo, per una volta non è tiranno ma libertario, allungo un po’. Alla fine segno 27km, in poco meno di 2h40, quindi un ritmo di qualcosa meno di 6’ al km, comprese le pause in camminata. È proprio la cadenza che intendevo tenere.
Un buon allenamento, che mi lascia però qualche dubbio sulla tenuta del solito polpaccio: ho corso con i simil Booster della Kalenji, ma non mi convincono. Molto meglio le
Calze X-Socks che ho testato in occasioni ben più impegnative. Hanno vinto un viaggio a Parigi.
Ho provato, alla fine, un nuovo modello di defaticamento: 5 minuti di cyclette con rapporto leggero, tanto per non camminare sudato al freddo (al rientro il termometro dice 4°).
Calze X-Socks che ho testato in occasioni ben più impegnative. Hanno vinto un viaggio a Parigi.
Ho provato, alla fine, un nuovo modello di defaticamento: 5 minuti di cyclette con rapporto leggero, tanto per non camminare sudato al freddo (al rientro il termometro dice 4°).
Domenica vado a Venezia per un Trail Autogestito di 25/30 km, sarà una bellissima occasione di convivialità. Poi mancheranno due settimane alla maratona sulla sabbia di San Bendetto del Tronto (è il lunghissimo preparigino, nei miei piani), prima della quale eviterò uscite lunghe o troppo impegnative per il dislivello, utilizzando anche il nuovo acquisto cyclette: ebbene sì, buio e freddo mi hanno spinto a cedere all’attrezzo.
mercoledì 27 gennaio 2010
Monte Baldo
Domenica dedicata alla passeggiata – o forse sarebbe più esatto escursione – sul monte Baldo. Organizzazione Giulia, amica veronese.
Ci si sveglia presto e si parte per Affi, ridente località dal vago aspetto di un centro commerciale cementificato e lì aspettiamo la connessione con altri gitanti; assieme a loro raggiungeremo in macchina Prada, elegante località di partenza della nostra dolce ascesa. Da lì su, verso il rifugio Fiori del Baldo.
C'è la nebbia, ma salendo la lasciamo sotto e per buona parte della giornata godremo di quel panorama tutto particolare che l'altitudine disegna sovrastandola. Si vede dalla foto.
Ci si sveglia presto e si parte per Affi, ridente località dal vago aspetto di un centro commerciale cementificato e lì aspettiamo la connessione con altri gitanti; assieme a loro raggiungeremo in macchina Prada, elegante località di partenza della nostra dolce ascesa. Da lì su, verso il rifugio Fiori del Baldo.
C'è la nebbia, ma salendo la lasciamo sotto e per buona parte della giornata godremo di quel panorama tutto particolare che l'altitudine disegna sovrastandola. Si vede dalla foto.
Non ho l'abbigliamento adeguato per questo andare. Se corro, sono attrezzato per qualsiasi clima, per qualsiasi temperatura. Lo sarei anche per camminare, se non avessi lasciato buona parte del guardaroba in deposito gratuito nella casa dei miei genitori. Mi manca il piumino, ma mi arrangio con un surrogato poco montano e troppo cittadino. Sono orgoglioso delle muffole lapponi che ho comprato a Stoccolma, pensando che la loro lanosa consistenza, un giorno, mi sarebbe servita non solo per aver caldo, ma anche per non aver freddo. Non passano l'esame: sono torride anche per una camminata in quota con partenza a -4°. Chissà, magari un giorno potrò provarle nello Yukon e per sentire almeno un po' della loro efficacia dovrò accoppiarle ad altri guanti. Per ora, mi godo i rivoli di sudore che fanno scendere sul palmo della mia mano.
Camminiamo. Ma per deformazione passionale, immagino sempre come sarebbe correrla. Sarebbe dura, perché si sale di continuo: senza strappi ma senza respiro. Si potrebbe fare, credo, alternando corsa e passo. Ora c'è la neve, potrei provarla asciutta, in primavera. Tentar non nuoce.
Arriviamo. Al rifugio si mangia bene (senza esagerare affermo deciso di aver ingurgitato i migliori crauti della mia vita: devo imparare assolutamente a cucinarli così). Scialpinisiti, uomini da Himalaya, arrampicatori raccontano di possibili connessioni tra i sentieri del Baldo: saranno loro a farmi venire l'acquolina in bocca, o sono questi crauti che reclamano il bis? Niente bis, ma immagino nuove camminate, ancor più nuove corse.
Ripartiamo. La discesa di corsa risulterebbe facile, mai tecnica, mai realmente esposta. Scassa un po' le ginocchia, complice però la neve ghiacciata che talvolta toglie stabilità. Forse davvero in primavera si può fare.
Chiara cammina lesta in salita, agile in discesa: mi piace guardarla invidiando quell'equilibrio che lei ha ma io non ho. Doti naturali.
Lei mi prende in giro, a buon diritto, per il mio assurdo rapporto con i cani. Ho paura: mi basta un bastardino che mi viene incontro libero abbaiando e mi irrigidisco. Se poi sto correndo, mi lamento e mi lagno sperando solo di sopravvivere al sicuro attacco alla gola. In montagna, solo se c'è la neve, salta qualche transistor. Mentre salivamo, ci è arrivato incontro un cane lupo, a scorta del padrone sciatore, sbucando da un cucuzzolo nascosto e correndo come giusto per uno della sua razza. Incontro a noi. Bene, in quel contesto, mi piace vederlo correre: non ho paura, anzi mi metterei a giocare con lui immaginandomi ruzzoloni sulla neve.
Ho parlato poco e guardato molto, complice quel tipico andare da montagna che ti spinge a stare a qualche passo di distanza l'uno dall'altro, immerso nei visionari pensieri costruiti dai paesaggi.
Ho ripensato ai trailers toscani che mi dicevano: “i bastoncini li usiamo anche per andare in bagno”; continuo a dar loro ragione.
Ottima idea Giulia, grazie dell'offerta.
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